venerdì, 27 giugno 2008

maggie_taylor_14Nella mezz’ora del passo urgente. Anche senza luna. Senza onorificenza di braccia a fronteggiare i fianchi. Una somma di riservati accenni. Gli occhi della cortesia d’un gelato. Una brezza svergognata. Persino dietro l’orecchio. Dove rulla il pizzo dei pensieri. Lì. Dove gli orecchini ridondanze ripetono. E s’affaccendano, l’ombre cinesi, l’insieme d’opra/ il mare, le palme, il giocoliere con mazze di fuoco, lo sguardo dei bimbi senza palcoscenico/. Grazie, mi dico, che m’accompagni. Grazie ai miei riccioli bagnati, alla mia nuca di terracotta, all’unghia di basilico e rose. Vado a considerar la notte, una branda balocca, senza ortiche.

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domenica, 22 giugno 2008

di schienaI puntini della lontananza, metto. A posto. Dopo le lenzuola, il beccar d’aria delle cornici, quel sudore d’uscirne vivi. È una stazione di mezzogiorno che mi deriva. Lacrime setacciate, il lascito delle rive. Racconta me, sempre, ti dico. O. Renditi alla felicità disponibile. Anche seqquando. Le scale si faranno isole, i capelli piatti per dolore, le crinoline, ispide a fitte. A squittire, come un radar che sgola il mare, come. Le tonsille che ti fanno caverna. Per lungo passo di maree e. A te. Fino a che.

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mercoledì, 04 giugno 2008

manodipoetaAnt&fatto

 

Il poeta e me. Siamo contorno sull’erba. Dopo un viaggio, il mio, di affannata allegria. Rientrare nella terra del gesto dei padri è volo piacevole, necessario. La Sicilia rimargina nodi, distanze. Il poeta, dunque, mi fa dono d’un fermaglio a capelli a forma di stella e un orecchino rosa rugiadina.

- Lo porterai, Dora? – lo terrò, Giampo. E intanto cadono arance, un merlo salta per leggere caviglie.

Il giorno appresso ci sarà la presentazione del suo libro di poesie.

“ Tre righe di sole “. Poetizza Giampaolo De Pietro. ( ArchiLibri edizioni Salarchi. Collana “ VERSOSUD “ ). Così, al mattino, gli dedico queste chincaglierie di sillabe. Lette , poi, con aperta emozione. Davanti a bocche attente. Permissibili al volo.

Le rimetto qui, non per celebrare me, ma per fermare tracce. Ché la vita non è solo succo d’aceto, ma anche, distillato di rose, giustizia di preghiera esaudita.

 

“ Ieri il poeta mi ha messo una stella in testa. O. più semplicemente mi ha detto – Mio padre ha trovato una stella. Se vuoi, puoi metterla tu- Tenerla fra’ riccioli, ora e ora è una riga di sole. A conoscerne di poeti ! Averne di stelle! Giampo è un ragazzo che si intona alla mia vita. Pian piano, poi, ho scoperto che è un uomo che si intona alla vita. E, questa, è la seconda riga di sole. Operazione poco letteraria aprirsi alla vita. Ma è abitudine che gli esce dagli occhi, scende sui gradini.

/ per davanzale intendo me sporto, stretto, scomodo / soffia Giampo in un suo verso. Usa bucce per stelle, parole che saltano piano. Ché lui fa piccoli botti, senza che vento alcuno se lo porti via. I poeti ci ricopiano per piccoli steli d’ombelico. Ci ripartoriscono. Per facoltà di sole che scalda la sedia. Come stamattina. Ho sentito, leggendo rileggendo, che SEMPRE, significa scavare un lago, che il racconto fatto nella sua bottega è utile a tutti. Giampo taglia righe di sole e le mette qui, coi faretti che sono fiammiferi o fiammiferi che sembrano faretti e copiano la forma piana dei segni. Delle significanze. Il poeta non vive coi congiuntivi in tasca, ma con usura di verbi transitivi che, avvoltespesso, non transitano senza un dolore.

/ per eccesso di velluto? Perché ha tasche piene di buchi ? /

La sua terza riga di sole? Un padre, una madre, una terra, bocche di amore.

/ che hanno dormito di schiena al vento / Il / baleno e la balena /

Inizio di ogni inizio.

( la foto è sua, rubata dal suo blog )

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lunedì, 05 maggio 2008

Le ragazzine camminano e dondolano. Si tengono per mano. Fermaglietti  e riccioli. Borsette da bambola. Il mare è a sinistra, il vento al centro, fra i capelli. Buona qualità di sorrisi sui denti di tre turiste col giubbetto stretto al collo è che fa freddo ancora in questa stagione. Lo dicono col rimmel sulle ciglia, quasi straniere. E due ragazzi e quattro vecchi si voltano, scelta la posizione del collo torto, della mano che s’allarga. Potrebbe sembrare un saluto. I vecchi, però, senza sorriso. Coppia di fidanzati sulla panchina vòlta a nord, lingua su lingua. Lei si strofina come a cavalcioni. Lui mani e dita moventi. Sottomaglietta. Un cane, due padroni che fanno silenzi. Il mare fa riva e ritorno. Le barche vestite colorate. Un santo dio , forte, dalla bocca a polmone d’una signora con borsa della spesa che rotola. Pomodori e cartocci inamidati. Una giostra colorata, musicata, caramellata. Bambini talentuosi. Piagnucolosi. Un gelato che non ho preso. Sarebbe stato  alle creme. Mappoi!

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mercoledì, 23 aprile 2008

Byun Shi JiVince l’occhio dei lampioni. Nebbia viene dal mare. Ci tenevo a dirtelo, madre. Sta’ tranquilla. Quindi. Il vicolo ha sempre una vernice chiara. I vicini, gentili, mani strette, corto sorriso, sì.

Ma’

è che io, io trillo d’un’aria frettolosa, trasparenti passi.

E

dicono i vicini ( gli uomini, le nonne di vetro e di rosari, le dame  coi tacchi per serate )- quella donna è troppo spettinata. Disordina i saluti, inversi orecchini porta, tosse, acquatiche respirazioni. Legge copioni in macchina, dimentica la spesa per le scale. E ha figli grandi come amanti -

.O.

amanti rumorosi come figli. Rema d’amore. Eppure ancora vedo col tuo occhio, madre. A pugno stringo grano di preghiera. Sale butto, palma benedetta. Così e Quando. Di croci un temporale.  

Il collo, liquidi piaceri, giostre per bambini. Fuggevoli. Millimetrati.   

31.01.2007

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giovedì, 03 aprile 2008

picasso_4M’ha consolata, ieri, Anna, la tua voce di battesimo. Clamorosa. Lucida come punta nuova di matita. Così ho dormito a guardia d’una cosa bianca. Dicono sia consolazione. Quella specie di benedizione, il vizio che accenna ai muscoli distesi, il sonno che grazia senza pecorelle. Ho visto, stamattina, gocce intatte sulle foglioline delle rose. Sui piccoli cespugli, direi, ché le rose ancora non scendono a colori. Arriveranno, mi suggerisco tirando i calzettoni alle caviglie, sporgendomi composta alla ringhiera. Mi sono pure inguaiata, ciglia e labbra di buona stagione, ad ascoltare qualche canzuncella doce. Il tenero volume appena a fiato, per non segnare il vicinato di questa donna che dorme sonni veri, ma veloci. E ora un poco benedico il sole, dico due speranzelle agli occhi di mammà. Poi sballo i chiodi in pelle, ch’oggi vurrìa campà.

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venerdì, 01 febbraio 2008

il giornoNazionali senza filtro, fumava lei. Le dita schizzavano cicche.

Di lunga disinvoltura, s’affiorava. Vestito azzurro per il giorno, stivali fino alle cosce. Maglietta e cintura sulla gonna, la sera. Prima dopo i collettivi. Le voci maneggiate. Minacce d’occhio, ai polsi, avvertimenti. La stanza in affitto, un vicolo al freddo inginocchiato. Scaffali di the, caffé, biglietti del treno, corriera quando autostop non si faceva. Fianchi di libri comprati a mezzo ché nemmeno la compagna travestita da cittadina, poteva. Snodava sciarpe, lei. Arrossiva di promesse. I capelli freschi, lisci fino al seno. Cuore d’uomo nel cuore.

E una lotta sognata. Un pugno infuso, chiuso. Libertà è partecipazione. Cantava. Carne di barricate. Una dolcezza di peccato. Forse che fosse vita nuova. E Palach di cenere stordiva. Spigoli di cielo. Mordeva.

 

 

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sabato, 26 gennaio 2008

occhio che guarda( foto miciatoby )Perché in primo luogo c’è quanto si possiede

una brina che intorpidisce la nuca

capelli lasciati sul palmo

una camicia che solitudine persuade

Fatti credenza premurosa, si dice lei,

 / contando nel pallottoliere i venti caldi /

metti l’occhio nella porta, guardati

in un soppalco, con vassoio di vizi e frulli

ché inverno mirto non fa navigare.

 

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mercoledì, 23 gennaio 2008

leggerezzaCi provo a danzare. Quando le lenzuola pesano meno della neve, la vicina non ha ancora tolto l’elastico dalla busta del caffé e le ginocchia tengono quella smorfia ridicola d’una tendina inamidata. Provo a tra sognar me. Insonne come un collegio di debuttanti, come a bordo d’una possibile nave. Danzare è viaggiare, mi dico, il pugno appena serrato, le unghie conficcate fra le cosce. È ricordarsi dell’aria, del lusso lucido della foglia. La schiena molle, ubbidiente che sfrigola d’armonia. Sì che ho provato ad apparirmi in pace, slegata dal cordolo che pendola. Indietro pendola. E mi spalanca la casa, le culle vegliate, lo scacco inclinato. Matto.

 

 

 

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venerdì, 18 gennaio 2008

                          

                          1 foto_montecarlo_casino_031Dormo su questa estraniazione. Sul lato sinistro che tu sai. Mi occorre una lentiggine di sole, una povera tentazione. Coricandomi su un sorriso, pensandoti, trapassato, attraversato d’amore. E me. Con la minima impazienza dei cucchiaini veloci. A recuperare il fianco della casa. Il vestito tranquillo, il rovescio d’una lacrima, insomma. Oggi m’esco da queste gambe torbide, dal dettaglio del sangue freddo. Vado a danzar tra i panni scalati sopra i vetri.  Si asciugano piano, con pazienza di chiocciola. Nel quartiere dei pini il mare s’infilza nei denti. Ché sale e caramello voglio impastare. E un sorriso sbaragliato. Per onorar ritorno.

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