duttili dita
per questa rotella d’accendino
versi di versi sdraiare
qui
in tempo utile spasimante
prima
delle immalinconie
dei bisbigli, artiglierie
duttili dita
per questa rotella d’accendino
versi di versi sdraiare
qui
in tempo utile spasimante
prima
delle immalinconie
dei bisbigli, artiglierie

trafitture di mosto autunnino
aspetto
rivolture
catini per la pioggia
il risveglio dei fanali
adopero a sognare
il bellariva
co’ palmi addormentati
tutto che si racchiude
dal pollice all’indice
con dono
m’
im
bratto
ah!
ll’
is
tan
te
di ton
fi
d’amar
anto
. ornamentale .
a
libi
sco
stu
man
te
te
ner
a
me
n
te
attaccato al cielo
quest’agosto di zanzare
nella pace dei girasoli
dritti, maldestri, arresi
il giallo s’è stirato a sogno
/ dissanguato il campo come dopo i fuochi /
tarantola calura, pluvia fino a sera
pausa d’alito, senza pena, senza
dunque
imbelletto fermagli, cavigliera
di settembre scalpito
d’arbusti come lembi
e tu, qui, tu
scialante
com’abbaglio
L’irresistibile gioia trascurammo
la metrica precisione del dubbio
Silenziosi, prematuri,
appena sfioriti sulle dita
A masticare epigrammi
Provvidenzialmente miti
Leggibilmente invecchiati
Sogghignano appena
Sogghigna qualche riga di prosa sul muro
Labiali appese, chisciotte, mu ti la te
Vango parole a trama di bracciante
“ Mio padre morì mentre ingrassava i maiali
a tal indirizzo, tal destinazione
quercia e alloro, la sera, conservando
Mia madre mischiava lardo e rosmarino
Il collo sfitto d’oro, d’angora e gelsomini “
C’è una barocca precisione nei bavagli,
nei cappi, nelle decapitazioni
Arrogante transumanza, dal silenzio al rossore
/ si include un silenzio con l’indice funebre /
M’affido indifesa agli occhi
alla bocca di tutti
Dormiamo soli senza poeti accanto
Ti scrivo deliri, dunque,
impudicizie, provocazioni
Perché rifletto per avvertimenti trasparenti
Elegiacamente preistorici, baraccati, presumibilmente delittuosi.
Tra un tè freddo
e un capitolo sfocato
nelle sieste di mio padre
nei vetri quotidiani
trapassa agosto
Tengono le rose,
pure il pranzo di ferragosto,
tiene,
nel patio i cani,
poca ombra a sferruzzare
chicchi contati
al foraggio estivo
scrivo
e
non
è
che un perder di borghi
i laghi dei contorni
*
nel sol’ arancio
sovrapposta
la tua divisibilità
accentata, dissennata
*
non conto
case scale
l’arpa d’aria
tra l’occhio e l’onda
secca saliva quasi estiva
*
mi tace una mano d’acqua
un magro refettorio
Vanno al mare le bambine
le vocine a spirali
le ruote delle bici
il bianco rosé di ciabattine
Ogni cosa è minuscola
in questa domenica senza fremiti
diligente
Ho tagliato i capelli ieri
quel vezzeggiante ricciolo d’occhio
Per aver chiari i grovigli
placidi i pungiglioni
pomeridiana che guada i petali
ogni fiore s’avvelena al tocco
dal cranio all’unghia sbòcciolo
ogni invadenza tamburella ne’ capelli
se Bruno non m’avesse regalato
il vento, il vento fra i bambù
ora starei a stormire accanto a quel delfino
poco accogliente, nel sonno, stanotte ch’era
Al balcone di fronte
donna colorata
scura, lontana
Drappo lungo
tondo segno in fronte
L’aria scoperta
Annusa la mano cerchiata
Gli occhi appannano la ringhiera
Soffia sul petto una parola
Palco di pose
Dirada svenduta, cupa
Capelli d’un tepore muto, vetroso
Idolo a sobborgo
Una linea di labbra compone una stria di archi
07.07.2004