E ho cenato quasi con vista mare. Nell’ora in cui il cielo si fa conchiglia. E rondini, bouganville, donne incinte mischiate come vapore di spiaggia. Ho succhiato un re mi sol di vongole, come a stupire un maschio, sottovoce. Vino fermo: in piedi il calice, sulla giuntura della tovaglia. Pagina di bianco lino, appena due pieghe sotto il cestino del pane. Ho masticato il mare, gli occhi del viaggio, l’insonnia del ritorno. La valigia, i lividi delle parole appena appoggiate sui sogni stranieri ( si parla coi colori di gommapane quando si dorme smarriti ). Ho stretto un poco il cuore, ché le ortensie, i gerani, le rose hanno bevuto tuoni canini. Come figlivascelli ad essiccare. La madre lontana, il pane contato, l’azzimo d’un piatto disegnato, inversatile. A vagire.







