E i meli, le lanterne, da soli,
si lavano in cortile
Inventiamoci catini d’acqua, dicono,
il vento di cannella profumiamo
dita operose sulla stuoia
Il limone d’argilla ho crepato
il gelsomino, sale per la luna
i calendari, nel camino
E i meli, le lanterne, da soli,
si lavano in cortile
Inventiamoci catini d’acqua, dicono,
il vento di cannella profumiamo
dita operose sulla stuoia
Il limone d’argilla ho crepato
il gelsomino, sale per la luna
i calendari, nel camino
Sarà pazienza di persiane
custodire intatti
padre madre
l’uva andata a male
Sarà un paradiso di cicche
schiacciate a nudo piede
mancamento come d’ossa
/ ovunque inquieta l’edera se un paradiso sconcia il pane, le dolci farine /
II
Bambini sbigliano all’ombra dei pini
due panchine
due
fanno stanza di sole
/ le bici trillano nel sottopasso /
III
Ti porto fuori di qui
scrisse, ricordo, a labbro aperto
un mancino anello a prodigar le dita
piccola, io, tacchi di legno al fuoco
/ una frugalità di formica, da stendere sul pane, prima del mare /
tienimi cerchio e sangue
taciturno
magari notturno
argentami
taglia ogni volta
ciocche pose
aperte sconCerte
prolifica in cantilena
l’ora il sogno la sorte
/ così tremolerebbero i poeti, oh così io sono /
non
cigolar che di questa mia irritante
Mia Carestia
oncia di shelomò
Shulamìt io

Per
in tempo
s’hanno a consumare
le lucide voci
filar insonne
piano & forte indispensabile
/ delle rivolte, i catini agli incendi inadeguati /
S’hanno a finire
i vestiti servati nel sudore
la solitudineRia
la malattia, rossoprugna vicina
Su gamba sola si sposta
poi s’affila, ancoràncora
gruzzolo sottodente, collo di valigia
/ e smemora /
quel lenzuolo che chiamo casa, gomito, piede ammaestrato
quindi una stanza deve essere poliedrica
il tuo odore al centro, sospir’io, prosa di sguardi
ché il caldo straccia le sillabe, acceca le camicie
mi spolvero l’ombra, mi assecondo
sei tu la misericordia d’autunno?
fitti, la stagione ci confidiamo, amore, aspettiamo
il mirto sceso nel bicchiere, le vele a ripostiglio
chiacchiere arrivano al balcone
scrivo, becco aperto, un fresco a diagonale
- oggi, t’avrei fatto sospirare il vento di quaggiù, mammì-
e tu m’avresti detto- scì benedetta, tu, dorì-
-
Sulla poltrona
a coda ritta
miagola il sole
Al balcone,
sonaglio,
si pettina un ricordo
Molle, sul cuore gioca
l’ombra
Freni e coltelli
porta un vento
a formiche dipinto
Mite, punge.
Nel sopraccielo
lucidamente azzurro,
il pettirosso
04.04.2003
( rivisitata e asciugata, questa poesia dopo così lungo tempo )
Nella mezz’ora del passo urgente. Anche senza luna. Senza onorificenza di braccia a fronteggiare i fianchi. Una somma di riservati accenni. Gli occhi della cortesia d’un gelato. Una brezza svergognata. Persino dietro l’orecchio. Dove rulla il pizzo dei pensieri. Lì. Dove gli orecchini ridondanze ripetono. E s’affaccendano, l’ombre cinesi, l’insieme d’opra/ il mare, le palme, il giocoliere con mazze di fuoco, lo sguardo dei bimbi senza palcoscenico/. Grazie, mi dico, che m’accompagni. Grazie ai miei riccioli bagnati, alla mia nuca di terracotta, all’unghia di basilico e rose. Vado a considerar la notte, una branda balocca, senza ortiche.
d’oro. per spiagge senza bus
farei a tempo come dicevo
d’oro a far in pazienza
ingrandimenti fotografici
/ coppe di reggiseno, gocce d’acqua di mare, un desiderio che striscia /
vedi? scrivo in parentesi le consolazioni,
le assoluzioni, i turaccioli silenti
e dietro le scapole una ruota di sonno
/ il fuso delle americhe, il braccio che graffia il passatempo dello scontento /
amore!
cosa? desidero tornar piccola prua
senza binocolo di terra
dimmi?
sfusami, improvvisami, riparami un magazzino
/ per visibilità notturna, per quella lampada a terra, a lungo /
in questa pigrizia flessa coscienziosa
con la stella polare che schiaffi tira
/ alle fatiche delle dita lontane alle foto inclinate /
chiacchiere stiro sull’orecchio
le gambe fuor carezza
la cavigliera d’ un niente su s s alta
e
palline di carta miro al basilico
le voci degli uccellini, le voci
tralicciate
I puntini della lontananza, metto. A posto. Dopo le lenzuola, il beccar d’aria delle cornici, quel sudore d’uscirne vivi. È una stazione di mezzogiorno che mi deriva. Lacrime setacciate, il lascito delle rive. Racconta me, sempre, ti dico. O. Renditi alla felicità disponibile. Anche seqquando. Le scale si faranno isole, i capelli piatti per dolore, le crinoline, ispide a fitte. A squittire, come un radar che sgola il mare, come. Le tonsille che ti fanno caverna. Per lungo passo di maree e. A te. Fino a che.