quindi una stanza deve essere poliedrica
il tuo odore al centro, sospir’io, prosa di sguardi
ché il caldo straccia le sillabe, acceca le camicie
mi spolvero l’ombra, mi assecondo
sei tu la misericordia d’autunno?
fitti, la stagione ci confidiamo, amore, aspettiamo
il mirto sceso nel bicchiere, le vele a ripostiglio
chiacchiere arrivano al balcone
scrivo, becco aperto, un fresco a diagonale
- oggi, t’avrei fatto sospirare il vento di quaggiù, mammì-
e tu m’avresti detto- scì benedetta, tu, dorì-
-







Nella mezz’ora del passo urgente. Anche senza luna. Senza onorificenza di braccia a fronteggiare i fianchi. Una somma di riservati accenni. Gli occhi della cortesia d’un gelato. Una brezza svergognata. Persino dietro l’orecchio. Dove rulla il pizzo dei pensieri. Lì. Dove gli orecchini ridondanze ripetono. E s’affaccendano, l’ombre cinesi, l’insieme d’opra/ il mare, le palme, il giocoliere con mazze di fuoco, lo sguardo dei bimbi senza palcoscenico/. Grazie, mi dico, che m’accompagni. Grazie ai miei riccioli bagnati, alla mia nuca di terracotta, all’unghia di basilico e rose. Vado a considerar la notte, una branda balocca, senza ortiche.
d’oro. per spiagge senza bus
in questa pigrizia flessa coscienziosa
I puntini della lontananza, metto. A posto. Dopo le lenzuola, il beccar d’aria delle cornici, quel sudore d’uscirne vivi. È una stazione di mezzogiorno che mi deriva. Lacrime setacciate, il lascito delle rive. Racconta me, sempre, ti dico. O. Renditi alla felicità disponibile. Anche seqquando. Le scale si faranno isole, i capelli piatti per dolore, le crinoline, ispide a fitte. A squittire, come un radar che sgola il mare, come. Le tonsille che ti fanno caverna. Per lungo passo di maree e. A te. Fino a che.
si torna con cera d’ape regina
peccato partir col nastro sbagliato