t’ho fatto l’amore
oggi
lucido di baci
ciondoli teneri ora
a me morir un poco
così
domani a domani
nella mia sacca poltrirai
negli scomposti capezzoli
rettilaio di timidi veleni.
t’ho fatto l’amore
oggi
lucido di baci
ciondoli teneri ora
Ma lei era sola, sola lei stava
tremò di un curvo grido
dal soffitto, dal cuore
dietro le chiare porte
tremò perduta e il capo
come sorta di quiete,
il capo, ai polsi accompagnò
Il vassoio sul cesto della legna
la zuppiera a fiori smanigliata
tanto ingombrava il tratto del mattino
Nel guardaroba un palmo di preghiera
sul tavolo, supina ombra, supina
09.11.2003
Fu sera e sentii quasi due cuori
Due matite di mani sui quadri
Sbadigliava un cane ché piangere
piangere colavo da una forma caduta
/ una paura intirizzita, la provano tutti /
mi consolai. l’occhio grande aprendo.
L’altro. con l’aria. digiunava. si perdeva.
Ora, questa precisa ora, avrebbe dovuto averli
i necessari bagagli del tuo occhio
la forma del tuo passo sui fianchi
Qui l’innocenza del sole mi consola
il margine delle palme da aprire
il cerchio delle vesti leggere, sull’unghia, atteso.
T’ho disegnato, stamani, una rampicante primavera
così. per abbellire i lampioni, per far più lucida, l’attesa.
C’è un ordine di ragioni lungo come un treno senza binari
/un’apparizione, due lune per un dondolo di timone /
Come di neve che tardi sviene. Sotto le pietre.
Che mi dipingi il collo voglio
i tuoi denti fatta parola
Tutti i treni di bora a dimora
lo stelo che frumento fa,
del tuo cucciar di fiato
Qui, agile, qui, nascosto. Rampicante.
Perché in primo luogo c’è quanto si possiede
una brina che intorpidisce la nuca
capelli lasciati sul palmo
una camicia che solitudine persuade
Fatti credenza premurosa, si dice lei,
/ contando nel pallottoliere i venti caldi /
metti l’occhio nella porta, guardati
in un soppalco, con vassoio di vizi e frulli
ché inverno mirto non fa navigare.

Dove hai trovato quegli occhi
mi hai detto accompagnando la voce
come fiorini nel cestello del re
Dove ho recuperato io,
scrupolosamente, mi dico,
il commercio lindo di parole
risme d’amore, aggraziati sussulti,
questo putiferio di nuove camiciole
radunate lì nel pozzo sotto casa
/ provo, ora provo, a farne pergamena /
Vorrei, ora ch’è tempo d’una città diversa,
un vento che piano percuote i dolori
una festa che mi torna, fatta, chiara
Ci provo a danzare. Quando le lenzuola pesano meno della neve, la vicina non ha ancora tolto l’elastico dalla busta del caffé e le ginocchia tengono quella smorfia ridicola d’una tendina inamidata. Provo a tra sognar me. Insonne come un collegio di debuttanti, come a bordo d’una possibile nave. Danzare è viaggiare, mi dico, il pugno appena serrato, le unghie conficcate fra le cosce. È ricordarsi dell’aria, del lusso lucido della foglia. La schiena molle, ubbidiente che sfrigola d’armonia. Sì che ho provato ad apparirmi in pace, slegata dal cordolo che pendola. Indietro pendola. E mi spalanca la casa, le culle vegliate, lo scacco inclinato. Matto.
" Ed io, coprendomi il viso
quasi per un eterno abbandono,
giacevo ed attendevo quella cosa
che ancora non si chiamava tormento."
" Dalla felicità io non guarisco"
Anna Achmatova
Piccola, frugo l’alba in suonopetalo
muro s’arrangia, assaggia le persiane
Sfiata la luna, ammara frisa lenta
T’aspetto
il velo delle spose
chiara d’uovo che balza
Le mani capovolte
mie scarpine di seta da baciare
T’aspetto
per danzare
Le porte disegnate dal tuo odore
gli occhi a precipitare
Perché tu senta i fianchi
Io l’azzurro intruglio
del tuo cuore.
mi dici hai mani piccole, risme d’ali
ripostigli di seta
così io, a tentoni parto, per almeno
due giri di chiave, uno sull’altro
a segnar la veste di memoria
a limpidar di me che sugli spilli danzo
per postura di principessa
prestito di saggezza
ché musica il ventre
lontananza granula